La storia di Nicolina Biscozzi è il doloroso ritratto di una memoria inghiottita dal rumore della grande storia, una costante purtroppo frequente nelle vicende delle vittime innocenti delle mafie nel nostro Paese.
Il 22 maggio 1989, a Mesagne (Brindisi), Nicolina si trovava nel posto sbagliato con la persona sbagliata. Il vero bersaglio dell’agguato della Sacra corona unita era il suo compagno, ma i proiettili non fanno distinzioni. Dopo un mese di sofferenze in ospedale, il 22 giugno, il suo cuore smise di battere. Aveva solo 33 anni.
Il meccanismo dell’oblio: perché Nicolina è stata dimenticata?
Ci sono due fattori cruciali che hanno contribuito a cancellare la storia di Nicolina dalla memoria collettiva:
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L’effetto “vittima collaterale”: Per anni, la narrazione mediatica e giudiziaria ha spesso catalogato queste morti come “danni collaterali” di faide interne, quasi a voler inconsciamente colpevolizzare la vittima per le sue frequentazioni, privandola della dignità di una memoria pubblica.
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La sovrapposizione dei grandi eventi: Come giustamente sottolinea l’articolo, la cronaca nazionale di quei giorni era monopolizzata dal fallito attentato all’Addaura contro il giudice Giovanni Falcone (giugno 1989). Davanti al rischio di un collasso delle istituzioni democratiche, la tragedia di una giovane donna in Puglia venne rapidamente declassata a fatto di cronaca locale.
Il legame con le parole di Falcone
La citazione di Giovanni Falcone a Babele descrive perfettamente il clima di isolamento e di cinismo di quell’anno:
«Questo è il Paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere».
Mentre Falcone combatteva contro la “cultura del sospetto” che lo accusava persino di essersi fabbricato l’attentato da solo, nei territori controllati dalla Sacra corona unita si moriva nel silenzio. Due facce della stessa medaglia: un’opinione pubblica distratta, frammentata o, peggio, assuefatta alla violenza.
Perché parlarne oggi?
Ricordare Nicolina Biscozzi a distanza di anni non è solo un dovere morale nei confronti della sua famiglia, ma è un atto di resistenza culturale. Restituire un nome, un’età e una dignità a chi è stato privato del futuro dalla criminalità organizzata serve a ricordare che la mafia non è un fenomeno astratto, ma una forza distruttiva che ha spezzato vite reali, quotidiane e innocenti.



