
Non basta più “saper comunicare.” Il recente caso di comunicazione elettorale – la pubblicazione di un atto di chiusura indagini vecchio di quasi due anni a ridosso del voto – è il manuale del “processo mediatico preventivo.”
Nonostante l’assenza di sentenze, la notizia è stata trasformata in una bomba mediatica grazie a una tempistica perfetta e a una scelta lessicale mirata. Il titolo rischia di diventare una sentenza, e la parola “indagato” sostituisce l’“avversario politico”, spostando la discussione dalla politica alla reputazione.
Siamo di fronte a un’operazione di marketing politico dove non si comunica per informare, ma per manipolare la percezione pubblica. Il sospetto, una volta innescato, rende irrilevante la verità giuridica: il danno reputazionale è immediato e spesso irreversibile.
Monito per la comunicazione pubblica: Le campagne si giocano non solo sui contenuti, ma sempre più sul campo minato della percezione e della reputazione.



